Un taccuino non è solo un insieme di pagine: è una porta. Ogni volta che la apri, incontri una soglia. Alcune sono familiari, altre inattese, altre ancora fanno paura perché riportano a timori già vissuti — confusione, ego, frustrazione, smarrimento. Ma queste soglie non vivono solo tra le pagine: le incontriamo ogni giorno, spesso senza accorgercene. Sono lo sguardo di uno sconosciuto al supermercato, il volto stanco di qualcuno sull’autobus, il semaforo rosso che ti costringe a fermarti, il traffico che ti stringe mentre ti specchi nella rabbia degli altri conducenti. E allora ti chiedi: “Sono davvero in ritardo? E per cosa?” Anche quella è una porta, un’altra soglia da attraversare. Basta mettere della musica mentre sei bloccato nel traffico per accorgerti che il peso dell’immobilità cambia forma. Così accade nella vita: non possiamo evitare le soglie, ma possiamo scegliere come attraversarle.
Nel mio percorso di artista e arteterapeuta con un cervello neurodivergente, ho imparato che le parole non sono mai neutre. Rimuginano, risuonano, scavano, ma soprattutto trasformano. Le parole sono ponti: ci collegano a noi stessi, agli altri, alle parti invisibili della nostra storia. Sono chiavi che aprono stanze interiori, a volte luminose, a volte polverose, ma sempre necessarie. Per questo dico che siamo alchimisti dell’ispirazione: ciò che riceviamo dagli altri lo mescoliamo al nostro fuoco interiore, e ne nasce qualcosa di unico. Ispirarsi è naturale, è il modo in cui apprendiamo, cresciamo, creiamo. Lo fanno gli animali, lo fanno i bambini, lo facciamo tutti: osserviamo, imitiamo, trasformiamo.

Eppure, tra gli esseri umani, spesso nasce un senso di colpa, come se ispirarsi fosse rubare, come se prendere spunto fosse un segno di debolezza. Ma quel senso di colpa parla d’altro: parla della paura di non essere abbastanza, delle ferite del confronto, dell’ingiustizia, della svalutazione. Io ci sono passato: ho provato il fastidio di chi si sente copiato e la vergogna di chi teme di non avere nulla di originale. Con il tempo ho capito che anche queste ombre possono trasformarsi, che il malessere può diventare materia creativa, che ogni ferita può diventare una lente, un filtro, un colore.
Se ti riconosci in uno di questi due archetipi — chi prende e si sente in colpa, o chi dà e si sente svuotato — allora stai toccando l’archetipo dell’ingiustizia. E su questo possiamo lavorare insieme, con un percorso mirato, delicato, trasformativo. Perché l’ispirazione non è mai copia: è fermento, è incontro, è alchimia.
Con l’arteterapia impariamo ad ascoltare le parole che abitano dentro di noi, a riconoscere quelle che feriscono e creano blocchi, a riscriverle trasformandole in energia creativa. Impariamo a dare voce alle emozioni taciute con segni, immagini e suoni, ad accogliere la nostra identità con gentilezza, a rinascere creativamente attraverso un linguaggio consapevole. Ogni parola è una chiave, ogni segno un passo, ogni silenzio uno spazio da abitare. Il taccuino diventa così un compagno di viaggio, una porta che si apre verso ciò che siamo e verso ciò che possiamo diventare. L’obiettivo è trasformare il linguaggio interiore in uno strumento di cura e crescita.
Impronte Espressive – Arteterapia con Paolo Maria
Per ulteriori informazioni sulle mie attività visita il mio sito www.paolocipriani.art
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