Il setting è lo scrigno che custodisce la qualità del lavoro creativo che l’utente va a svolgere. È compito del facilitatore far sì che tutto rimanga neutro, accogliente e privo di giudizio.
Mi capita spesso, per aggiornamento professionale, di partecipare come utente ai laboratori di altri colleghi. Da queste esperienze non traggo solo ispirazione per far fluire la mia creatività, ma anche preziosi spunti su ciò che funziona e ciò che, invece, non va riproposto.
Di recente ho partecipato a diversi laboratori creativi come utente e in ognuno ho trovato qualità, certo, ma anche elementi che mi hanno fatto riflettere profondamente. Nel video ne descrivo alcuni: non sono gli unici, ma sono quelli che hanno risuonato di più rispetto a ciò che, secondo me, è importante evitare.
Per me è fondamentale la presenza di un facilitatore neutro, capace di scivolare dentro il setting con discrezione, quasi in trasparenza. Ultimamente, però, mi è capitato l’esatto opposto: facilitatori troppo presenti, giudicanti, con sguardi e posture che interferivano con l’inconscio e con il processo creativo dei partecipanti.
Il facilitatore è lì per guidarti e accompagnarti, affinché tu possa sentirti libero, accolto, abbracciato nel tuo processo.
Il suo ruolo è centrale, persino più del setting stesso. Esistono setting neutri e setting ricchi, a volte persino confusionali; sedute comode e altre meno; musiche piacevoli o sgradevoli. Ma il vero compito del facilitatore è trasformare tutto questo in un grembo capace di contenere le tue sensazioni.
Quando il facilitatore cade in piccoli giudizi, o arretra rispetto al materiale che lui stesso propone — ad esempio: “ti do questo, ma poi me lo riprendo” — si crea una frattura. Il facilitatore è il primo che deve essere onesto con sé stesso e con gli altri.
Scopri di più da Paolo Cipriani Arteterapeuta
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