Sulla cima di un tetto, l’arteterapia si rivela nella sua natura più profonda: uno spazio sopraelevato, dove il quotidiano si fa lontano e l’orizzonte si apre. Qui, il gesto creativo non è solo espressione, ma anche ascolto. Scrutare l’orizzonte è l’atto di chi cerca senso, possibilità, futuro. Dialogare con le stelle è il privilegio di chi osa l’intuizione, il mistero, il simbolico. Restare, quieto, sotto la protezione del tetto, è il diritto di chi ha bisogno di contenimento, di silenzio, di tregua.
In arteterapia, il tetto non è solo rifugio: è soglia. È il luogo dove si può scegliere se guardare lontano o restare dentro. Dove il gesto può essere esplorazione o riposo. Dove ogni forma creata è una piccola stella, un segno, una traccia di sé.
Il tetto è anche il punto più alto della casa: lì si raccolgono le visioni, le intuizioni, le domande che non trovano risposta. E l’arteterapia, come pratica, offre proprio questo: uno spazio sicuro per salire, osservare, immaginare, e poi tornare giù, trasformati.

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