Nel cuore del mondo che trema, la Palestina ci chiama con il suo dolore antico e presente. Non è sola: accanto a lei, altri popoli vivono il peso della guerra, del silenzio, della paura. In Sudan, in Ucraina, nello Yemen, in Myanmar… le ferite si somigliano, anche se parlano lingue diverse.
Eppure, in mezzo a questo rumore di ferro e fuoco, c’è chi accompagna. Chi resta. Chi ascolta. Chi non distoglie lo sguardo. Il rispetto nasce lì: nel gesto di chi non si volta, di chi riconosce l’umano anche dove tutto sembra disumano.
Ma il mondo non è solo ferita. È anche bellezza che resiste. È il sorriso che scegliamo di offrire, anche quando ci sembra piccolo. È la parola gentile che rivolgiamo a noi stessi, come primo atto di pace. È l’Amore che non urla, ma pulsa. Che non pretende, ma sostiene.
Ogni gesto di cura è un seme. Ogni respiro consapevole è un ponte. Ogni pausa che ci concediamo è un atto di rispetto verso il nostro corpo, la nostra storia, la nostra capacità di sentire. Anche il fermarsi è sacro. Anche il non sapere è parte del cammino.
Mandare energia al mondo non significa farsi carico di tutto, ma scegliere di essere presenti. Con un pensiero, una carezza, un disegno, una poesia. Con la dignità di chi sa che la bellezza non è evasione, ma resistenza.
Che la nostra presenza sia un balsamo. Che il nostro silenzio sia pieno. Che il nostro amore, anche piccolo, sia luce.
Negli ultimi mesi ho condiviso frammenti di me: la sindrome di Klinefelter, l’ADHD, le parole che spesso diventano confini. Ma ogni racconto mi ha portato a una scelta: rompere le etichette. Perché io non sono una diagnosi, né un ruolo. Sono un ritmo, un tempo, uno spazio che cambia. E se a volte mi sento più lento, forse è perché alcuni corrono troppo. In realtà ognuno ha il suo passo. E ogni passo, anche incerto, è sacro.
Lo specchio dell’anima
Ho capito che non si tratta di dare o ricevere, ma di essere. E in questo essere, c’è già tutto. Ma essere non è fermarsi: è rispondere. Rispondere con un gesto, un colore, una traccia.
Sentirsi dire cosa fare è una lama nel cuore. Non è ribellione, è ferita. La ferita di non sentirsi pronti, di non essere visti nel proprio tempo. Il bisogno non è di essere guidati, ma accolti.
🎨 E allora, prendi i colori. Non per obbedire, ma per rispondere. Lascia che ogni sfumatura sia una parola dell’anima. Non c’è giusto o sbagliato, veloce o lento. C’è solo il tuo gesto, il tuo respiro, il tuo ritmo.
Dipingi non per spiegarti, ma per esistere.
Ogni traccia è un “sì” alla tua presenza. Ogni segno è un ponte tra il tuo essere e il mondo.
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Il Disegno è il frutto della porta degli intenti, laboratorio online svolto il 17 settembre 2025
In quest’ultimo anno ho scritto moltissimo. Riflessioni intime, personali. Ho scritto per dialogare con me stesso, per osservare i miei spigoli interiori, per sfogare la rabbia, per perdonare. Ma non ho solo scritto: ho danzato, ho creato, ho immaginato una nuova forma di me.
Attraverso l’immaginazione nasce l’intento: quello di evolvere, di dare nuova vita a un sentire più gentile. A volte il carattere resta spigoloso, ma anche i tratti timidi, impauriti, possono trasformarsi in oro. Persino i segni più incerti, scarabocchiati, ti guidano verso una strada diversa — o forse la stessa — ma con un obiettivo più chiaro rispetto a quello che aveva il Paolo di cinque anni fa.
Alcuni testi sono rimasti nel mio scrigno personale. Altri, invece, sono diventati parte di questo libro: una raccolta di parole libere che conducono a immagini d’incanto.
Il mio lavoro con l’altro, l’empatia creativa, l’ispirazione che nasce anche da un intuito — che se non sai decifrare può sembrare una deriva — sono tutti strumenti che mi hanno aiutato a mostrare l’altra parte di me. Tra arteterapia, percorsi formativi e relazioni di sostegno, ho colto l’essenza di ciò che ho scritto in questi anni.
In realtà, in questo ultimo anno ho scritto tre libri. Dovevano uscire in sequenza, uno dopo l’altro, ma si sono invertiti. Perché non sempre ho bisogno di mostrarmi nella completa nudità dell’anima e del corpo. Ho scelto di far uscire questo testo per primo. Contiene anche esercizi da fare in autonomia, come introduzione a ciò che verrà. Un modo diverso per conoscermi. Conoscerti.
Non ho paura di mostrarmi. Non ho paura di dire chi sono. Ho paura, forse, di non essere riconosciuto per ciò che sono. Ma la paura si affronta vivendo, esponendosi agli altri. In ricordo delle mie mostre di pittura, di un tempo ormai lontano.
Questo libro nasce dalla mia autenticità e dalla mia semplicità.
Sono parole nate dal cuore, intrecciate in pensieri che non chiamo poesie, ma frammenti di me: radicati nella terra, aperti alla libertà espressiva.
Le parole emergono libere, ispirate da ciò che vedo fuori — attraverso le fotografie che scatto — e da ciò che mi abita dentro. Ogni immagine richiama la mia attenzione: le uso per creare, scrivere, immaginare.
La ricerca sull’arteterapia ha registrato una significativa espansione negli ultimi decenni, mettendo in luce una vasta gamma di benefici e applicazioni in ambito clinico e comunitario. Di seguito, alcuni punti salienti basati su evidenze scientifiche:
Promozione del Benessere Emotivo
Numerosi studi indicano che l’arteterapia può favorire il benessere emotivo e psicologico. Una meta-analisi del 2020 ha evidenziato come questa pratica contribuisca alla riduzione dei sintomi di ansia e depressione, al miglioramento dell’autostima e alla facilitazione dell’espressione emotiva positiva (DiNardo et al., 2020).
Riduzione dello Stress e del Disagio Emotivo
L’arteterapia si è dimostrata efficace nel mitigare lo stress e il distress emotivo in diversi contesti. L’attività artistica agisce come strumento di rilassamento, favorendo uno stato di calma e una maggiore percezione di controllo (Stuckey & Nobel, 2010).
Supporto nel Trattamento di Disturbi Psicologici
Integrata in percorsi terapeutici per condizioni quali PTSD, schizofrenia, disturbi alimentari e altri disturbi emotivi, l’arteterapia consente ai pazienti di esplorare e affrontare traumi in modo non verbale, riducendo la percezione di minaccia (Malchiodi, 2012).
Sviluppo delle Competenze Cognitive e Relazionali
La partecipazione ad attività artistiche può potenziare abilità cognitive come memoria e concentrazione, oltre a promuovere l’interazione sociale e la coesione di gruppo. Tali effetti sono particolarmente evidenti in contesti educativi e comunitari (Maujean et al., 2014).
Gestione del Dolore e Riabilitazione Fisica
Oltre ai benefici psicologici, l’arteterapia mostra potenziale nel trattamento del dolore fisico e nel supporto alla riabilitazione in caso di malattie croniche o traumi corporei (Haeyen et al., 2016).
L’arteterapia in Italia: una risorsa ancora poco conosciuta
Nel contesto italiano, l’arteterapia è ancora poco diffusa e spesso fraintesa. La parola “terapia” viene comunemente associata alla psicoterapia, generando confusione e limitando la comprensione del suo significato più ampio. In realtà, “terapia” significa prendersi cura di sé — un atto che può essere facilitato da chiunque, anche da un prete, purché la persona sia consapevole e disposta a osservare se stessa con sincerità.
L’arteterapia, in questo senso, rappresenta uno strumento potente per esplorare il proprio mondo interiore e inconscio. Attraverso l’espressione artistica, si apre uno spazio sicuro in cui emozioni, vissuti e simboli possono emergere e trasformarsi, favorendo processi di consapevolezza e crescita personale.
In conclusione, l’arteterapia è sostenuta da un corpus crescente di ricerche che ne attestano l’efficacia su più livelli: emotivo, cognitivo, sociale e fisico.
Questi studi continuano ad arricchire la comprensione dei meccanismi terapeutici che rendono l’arte uno strumento potente di espressione e guarigione.
Se senti il desiderio di esplorare te stesso attraverso l’arte, in uno spazio sicuro e accogliente, io sono qui per accompagnarti in questo viaggio. L’arteterapia non richiede talento, ma solo la volontà di guardarti dentro — e insieme possiamo iniziare questo percorso di cura e consapevolezza.
Non sono mai stato un amante delle routine. Mi sembrano gabbie, schemi rigidi che non lasciano spazio al sentire del momento. Eppure, c’è una pratica che per me è imprescindibile: applicare il testosterone appena mi sveglio. È il mio primo gesto consapevole della giornata.
Ho conosciuto recentemente altre persone con la mia stessa condizione genetica*, alcuni lo applicano in momenti diversi della giornata, altri preferiscono il metodo del rilascio lento ogni tre mesi. Io invece ho scelto questa modalità quotidiana, semplice e diretta. È l’unica vera routine che riconosco.
Tutto il resto cambia. I gesti che seguono dipendono da come mi sento, da cosa ho in programma, da dove mi trovo. Per questo non li chiamo routine, ma rituali. I rituali hanno una qualità diversa: sono flessibili, intuitivi, profondi. Sono il mio modo di prendermi cura di me stesso e di entrare in contatto con ciò che mi abita.
Non solo nella mia vita personale, uso i rituali anche nei miei laboratori di Arteterapia. Ecco alcuni dei miei preferiti.
🎶 Rituale sonoro
Nel pomeriggio o alla sera, mi concedo uno spazio di ascolto: musica, suoni, strumenti. È un momento di quiete, di centratura. Il suono mi riporta al presente, mi aiuta a sciogliere le tensioni e a ritrovare il mio asse interiore.
📓 Rituale del taccuino
Ne ho diversi, ognuno con una funzione specifica:
• Il taccuino delle matite, per il disegno libero • Quello degli acquerelli, per esplorare il colore • Il taccuino del collage, per comporre e decostruire
Ogni taccuino è uno spazio sperimentale, un laboratorio portatile dove approfondisco temi e sensazioni.
✍️ Rituale delle parole libere
Scrivo seguendo un tema, lasciando che emerga una parola chiave. A volte diventa poesia, altre volte un segno grafico. È un modo per dare forma al pensiero, per ascoltare la voce che mi parla da dentro.
🕺 Rituale del movimento
Non è solo danza. Può essere una camminata, esercizi fisici, stretching. È il mio modo di scaricare il peso della giornata, di liberare il corpo e alleggerire la mente.
Questi rituali – e molti altri – sono diventati i pilastri delle mie impronte espressive®. Sono parte del metodo che ho strutturato per aiutare le persone a riconnettersi con la propria parte più intima e profonda. Non servono regole rigide, ma ascolto, presenza e libertà.
Ogni rituale che ho condiviso può essere adattato e utilizzato nei miei laboratori di Arteterapia. Non tutti si prestano a ogni contesto: alcuni è meglio lasciarli da parte, altri invece diventano veri e propri amplificatori dell’esperienza. L’importante è riconoscere che ogni attività ha il potenziale di aprire uno spazio di ascolto, di trasformazione, di contatto con ciò che spesso resta nell’ombra.
Questi rituali non sono formule magiche, ma strumenti vivi, che possono aiutarti a illuminare parti di te che chiedono attenzione. Se in questo momento della tua vita senti il bisogno di esplorare, di alleggerire, di ritrovarti, forse uno di questi gesti può diventare il tuo punto di partenza.
Perché il vero cambiamento non nasce dalla perfezione, ma dalla presenza. E ogni rituale è un invito a esserci, davvero.
Per tutta la vita ci hanno insegnato a competere, a correre, a raggiungere obiettivi. Ma cosa succede se ci fermiamo? Se smettiamo di rincorrere e iniziamo ad ascoltarci? Forse potremmo scoprire qualcosa di più vero, di più nostro.
In un laboratorio di Arteterapia, un bambino mi ha raccontato che il fuoco, per lui, non era una fiamma. Era il calore di una casa. Un luogo che gli mancava. Il rosso, in quel momento, non era forza o rabbia, ma bisogno. Bisogno di affetto, di presenza, di sentirsi al sicuro.
Quel bambino ha usato i colori in modo libero, personale, lontano dai significati che noi adulti diamo per scontati. Ha trasformato il rosso in casa, il blu in movimento, il giallo in silenzio. Ha dipinto ciò che sentiva, non ciò che “doveva” rappresentare.
E allora, quando disegni, non pensare alla combinazione giusta. Non cercare il significato corretto. Lasciati andare. Lascia che siano le emozioni a scegliere i colori, che siano le forme a raccontare ciò che le parole non riescono a dire.
Il colore non è solo tecnica. È ascolto. È libertà. È espressione.
E ogni bambino — ogni persona — ha il diritto di usarlo per raccontare la propria verità.
La zona di comfort esiste, ma non è un luogo. È uno stato mentale, uno spazio interiore dove ci sentiamo protetti, al riparo dalle sfide e dalle incognite. È fatta di abitudini, di gesti ripetuti, di certezze che ci rassicurano. Qui l’ansia è bassa, il rischio è minimo, e tutto sembra sotto controllo. È una condizione di equilibrio… ma anche di immobilità.
Eppure, fuori da questo cerchio non c’è solo paura. C’è anche vita. C’è movimento, scoperta, apprendimento.
Uscire dalla zona di comfort non significa rinunciare al benessere, ma espanderlo.
Significa accettare l’incertezza come parte del viaggio, e riconoscere che anche il disagio può essere fertile. La vera evoluzione non nasce dalla fuga, ma dalla consapevolezza. A volte restare è necessario. Altre volte, esplorare è inevitabile. In entrambi i casi, si può stare bene. Il cerchio non è una gabbia: è un punto di partenza. E noi possiamo decidere se camminarci dentro, ai margini, o oltre.
Dentro e Fuori dal Cerchio
Zona di comfort (dentro il cerchio)
Qui tutto è familiare: il rischio è minimo, la mente è tranquilla.
Zona di espansione (fuori dal cerchio)
Oltre il confine c’è l’apprendimento, la scoperta, la possibilità di evolvere.
Esplorazione creativa
Scrivere, tagliare, incollare, tracciare: ogni gesto creativo è una porta. Puoi esplorare il tuo paesaggio interiore, lasciando che ogni segno riveli una verità.
Questo cerchio è uno specchio gentile. Le cose che ti fanno stare bene possono accompagnarti anche fuori, mentre insegui ciò che desideri. Quelle che ti fanno stare male? Possono diventare segnali preziosi, non ostacoli.
Ogni passo fuori dal cerchio è un atto di fiducia. Ogni ritorno dentro è un atto di cura. La vera evoluzione è nel movimento tra i due.
Non è un esercizio da completare, ma uno spazio da esplorare. E possiamo farlo insieme.
La classe non è solo un luogo di insegnamento, ma un ecosistema vivo, dove ogni elemento — oggetti, materiali, spazi — può diventare strumento di crescita. In questo contesto, l’educatore non è al centro, ma ai margini attenti: osserva, ascolta, accompagna.
Suono e Forma, laboratorio di Artiterapie
Accompagna i bambini a scegliere
Offri materiali vari e accessibili. Non proporli come “attività da fare”, ma come inviti all’esplorazione. Lascia che siano i bambini a decidere come usarli, manipolarli, interpretarli. Il protagonismo nasce dalla libertà.
Pratica l’osservazione attiva
Siediti vicino, ma non troppo. Guarda senza giudicare. Prendi nota mentale di gesti, sguardi, pause. L’osservazione è il primo atto educativo: è lì che nasce la relazione.
Coltiva la pedagogia della calma
Impara a riconoscere quando intervenire e quando fare un passo indietro. Il silenzio consapevole è uno strumento potente: crea spazio, rispetto, fiducia. La tua presenza conta, anche quando non parli.
Esercizio per l’educatore: Aspettare in silenzio
Ogni giorno, ritagliati 3 minuti per osservare un oggetto senza fare nulla. Respira. Accogli l’attesa. Questo piccolo rituale ti aiuterà a portare pazienza e presenza nella relazione con i bambini.
Un pensiero per i genitori
Quando lasciate i vostri figli a scuola, sappiate che non entrano solo in una stanza, ma in un piccolo mondo pensato per accoglierli, ascoltarli e farli crescere. Qui, ogni gesto è cura, ogni oggetto è possibilità, ogni silenzio è rispetto. L’educatore non è lì per “insegnare qualcosa”, ma per custodire il tempo dell’infanzia con delicatezza e attenzione.
Affidarli è un atto di fiducia. Accompagnarli, un atto d’amore.