Tanti auguri a me

Dal mio libro: la tela evocativa, oracoli da sfogliare.

Nel giorno del mio compleanno ho pescato alcune carte dai mazzi che uso anche nei laboratori di Arteterapia. Sono strumenti che guidano con le loro energie, come un dialogo silenzioso che arriva dritto dove serve.

Il mio mantello è verde bosco: raccoglie ciò di cui ho bisogno e lo custodisce mentre avanzo. Lo porto con me a cavallo, con la freccia rivolta verso l’alto, per ricaricarmi e continuare il cammino con rinnovata energia. Sono il capo di me stesso, l’Ariete che con il suo fuoco apre la strada, afferma indipendenza e verità. Mostro la mia forza senza esitazioni, senza tirarmi indietro.

Ogni giorno è un nuovo inizio, fatto di strati e di moltitudini, come un essere che vive in più luoghi e dimensioni allo stesso tempo. Non nego i miei limiti: li riconosco, perché sono proprio loro ad aiutarmi a crescere, a orientarmi, a ricordarmi chi sono.

La vista scende, la pressione sale, gli acciacchi arrivano e se ne vanno.

Tutto cambia, tutto si rinnova.

E io continuo a credere in ciò che faccio, in ciò che sento.

Sono trasparente, senza inganni.

Sono qui e sono altrove, perché la curiosità mi spinge a esplorare mondi nuovi — interni ed esterni.

Una curiosità che durerà finché respiro.

Finché respiro riceverò critiche, dita puntate, come se ciò che ho detto in questi anni non fosse altro che la prova di una persona che crede nell’espressività.

Non ho colpe per il corpo che abito: lo accolgo.

E come diceva Yogananda, l’eterna ricerca di sé continua.

Non ho rimpianti.

Sento solo un forte profumo di cambiamento, come il giallo di questo fiore.

Ho inciampato in porte che si sono aperte, altre no.

Altre le ho sfondate, per poi tornare indietro e scegliere un’altra via — più sicura o più incerta, ma sempre mia.

Il mio istinto mi porta a scoprire, la curiosità mi spinge avanti, e a volte capisco che non è la mia strada.

Allora torno indietro.

E va bene così.

Ogni strada mi ha portato a una nuova versione di me.

A chi piace, a chi no.

Ma deve piacere a me.

E continuerò così.

Si cambia pelle ogni giorno, aggiungendo e togliendo strati.

Siamo fatti di moltitudini: anime, corpo, sensazioni, percezioni, e una scintilla che non smette mai di cercare.


Domani sul canale Telegram arriva il rituale creativo di luna piena

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Il libro lo trovi su Amazon

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La Matrioska delle Ferite: riconoscere il debito emotivo

Ti è mai capitato di dirlo, o di sentirlo dire?

“Con tutto quello che ho fatto per te…”


Questa frase, così comune nelle relazioni, è una ferita che si apre. Non è solo un rimprovero: è un modo sottile di far sentire l’altro in debito, di trasformare la cura in una moneta di scambio, di legare l’amore al sacrificio. Quando arriva, o quando ti sorprendi a pronunciarla, qualcosa dentro si muove: una parte che chiede riconoscimento, che teme di non valere abbastanza, che ha imparato a misurare il proprio valore attraverso ciò che fa per gli altri.

Dietro questa frase vive un messaggio implicito:

“Io valgo solo se tu riconosci ciò che faccio.”

È la ferita del non essere visti, del sentirsi “non abbastanza”, del dover meritare amore, attenzione, presenza. Nasce spesso in contesti dove l’amore era condizionato, dove il compiacere era l’unico modo per essere accettati, dove il sacrificio era il linguaggio affettivo dominante e la gratitudine veniva pretesa, non lasciata libera. Chi la pronuncia, in fondo, sta dicendo:

“Ho paura che senza ciò che faccio, io non valga nulla.”

Ma questa ferita non vive solo in chi parla: si attiva anche in chi ascolta. Quando la ricevi, può aprire senso di colpa, vergogna, la sensazione di essere un peso, la paura di deludere, la convinzione di dover sempre ripagare. È una frase che tocca il cuore del legame e porta con sé una domanda profonda: posso essere amato senza dover restituire?

In questa dinamica si crea un debito emotivo: “Io do, tu devi.” E quel “dovere” non riguarda un gesto, ma la tua identità: devi essere riconoscente, devi essere presente, devi essere come l’altro si aspetta. È una forma di manipolazione spesso inconsapevole, imparata da chi l’ha subita a sua volta.

La matrioska è un archetipo potente: rappresenta la terra che accoglie, il grembo che custodisce e la possibilità di rinascere più volte. Ogni strato che si apre è un passaggio verso una consapevolezza più ampia, proprio come chi lavora la terra e, scavando, permette a nuove parti di sé di emergere.

Nel mio percorso personale e professionale, la matrioska è diventata una guida: mi ha mostrato come siamo composti da molteplici identità, convinzioni e limiti interiorizzati nel tempo. Alcuni arrivano dall’educazione, altri dalle esperienze vissute, soprattutto quelle segnate dalla paura. Quando arriva un’opportunità, spesso è proprio una paura antica a riattivarsi: non la riconosciamo come un ricordo, ma come un blocco improvviso.

La matrioska ci invita a osservare queste esperienze attraverso sette ferite fondamentali: l’abbandono come perdita di radicamento, il rifiuto come sentirsi “troppo” o “non abbastanza”, l’umiliazione che spegne la vitalità, il tradimento che chiude il cuore, l’ingiustizia che irrigidisce, la separazione che fa perdere il filo, e infine l’identità, il nucleo più autentico, che riguarda il valore profondo di chi sei e la direzione che vuoi dare alla tua evoluzione.

Da questa visione nasce il Rituale della Matrioska, un percorso di sette incontri individuali online, ognuno ispirato a un archetipo e a simboli che facilitano un’esplorazione creativa e consapevole dei tuoi strati interiori.
Tutte le informazioni sono disponibili su www.paolocipriani.art.

C’è una frase o una dinamica relazionale che senti particolarmente vicina a una delle tue “bamboline interiori”?

Nel mio mondo ADHD le informazioni non arrivano in fila indiana. 

Quando il caos diventa creazione

A volte esplodiamo. Le informazioni arrivano rapide, imprevedibili, una dopo l’altra. È facile sentirsi sopraffatti. Ma si può imparare a distinguere l’intuizione dall’ego — e dalla confusione — creando. È lì che tutto si chiarisce.

L’intuizione è sottile Non fa rumore. Non chiede permesso, non argomenta: semplicemente appare. La riconosci mentre danzi, disegni, plasmi qualcosa con le mani. Non serve chiedersi se sia “giusta”: basta seguirla. Ogni gesto diventa scelta, ogni scelta diventa creazione.

L’ego fa rumore Vuole controllo, certezze, applausi. A volte si traveste da intuito, ma nasce dalla paura. Quando lo senti, puoi fermarti e chiederti: sto esprimendo me stesso o sto cercando approvazione?

La confusione si può attraversare Un tempo travolgeva. Ora si può riconoscere. Camminare, respirare, ascoltare. Anche i pensieri più scomodi possono trasformarsi: non sono nemici, sono messaggeri.

Ogni voce ha un ritmo diverso L’arte ci insegna a distinguerle, accoglierle, trasformarle. È un’alfabetizzazione emotiva che passa dalle mani, dal corpo, dal colore.

Se senti che è il momento di ascoltarti, di trasformare il caos in direzione e la sensibilità in forza, puoi farlo.

Perché ogni ferita può diventare simbolo di rinascita.
Dal rifiuto puoi trovare la tua voce.
Dall’umiliazione puoi scoprire il tuo valore.
Ognuno ha le sue ferite. E ognuna può diventare arte.

Crea la tua Alchimia con l’arteterapia.
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Art Therapy in ospedale

La formazione non è solo ciò che ti viene insegnato, ma anche il modo in cui tu reagisci a quelle informazioni. Ho avuto la fortuna di incontrare docenti che mi hanno permesso di osservare un setting protetto e contenuto. Quel modello oggi mi accompagna ancora, anche quando lavoro in contesti molto diversi.

In corsia, ad esempio, il setting cambia completamente: diventa aperto, mobile, fatto di corridoi, stanze, letti affiancati. Lì porti il tuo contributo e la tua presenza, offrendo alle persone un attimo di tranquillità, uno spazio per riconoscere le proprie emozioni e ritrovare i propri valori interiori.

L’Arteterapia diventa così un kit da viaggio: ci metti dentro ciò che serve in quel momento, togli ciò che appesantisce, integri nuove risorse grazie alla formazione e all’esperienza. Perché, alla fine, formarsi significa proprio questo: integrare, trasformare, restare in movimento. Ed è il movimento che apre la strada a nuovi incontri e nuove possibilità.

È una scatola che contiene forme, colori e confini, ma lascia anche spazio a ciò che ancora non si conosce. Ed è proprio lì, in quello spazio aperto, che comincia il viaggio creativo.

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Ascolta e crea

🌕 Rituale di Luna Piena del 3 Marzo

Questa luna porta molti nomi, ma io scelgo quello che vibra più vicino alla terra: la Luna del Verme, la luna in cui le viscere del suolo si muovono, si aprono, respirano, e preparano nuovi varchi per incontrare la luce. È il movimento silenzioso del possibile, il lavoro nascosto che precede ogni fioritura.

E in questa notte particolare, in cui la luna si tingerà anche di ombre — luna con eclissi, luna di sangue — l’invito è a lasciarti attraversare da ciò che emerge e da ciò che si oscura. Due forze che non si oppongono: si completano.

Per l’azione creativa, scegli i colori che per te parlano di terra che si apre, di sangue che pulsa, di cicatrici che diventano sentieri. Lascia che siano loro a guidarti, senza forzare nulla. Fidati della tua visione, della tua mano, del tuo ritmo.


🌀 A te, luna

A te, luna, che arrivi quando il cerchio chiama e il respiro si fa rotondo, quando la mano ricorda la strada del centro e il corpo si dispone all’ascolto.

Come un Mandala, non hai bisogno di essere inventato:
ti presenti, ti mostri, ti compi.

Ti richiamo senza voce, solo con un gesto lento, con la disponibilità di chi apre le mani e lascia che qualcosa si posi. Tu sali dal fondo, dal luogo dove le forme dormono, e ti distendi piano, petalo dopo petalo, come un chiarore che non chiede permesso.

In te ritrovo la mia orbita, la mia misura, la mia ferita che diventa disegno. E ogni volta che ti traccio mi ricordi che il centro non è un punto, ma un ritorno.

A te, mandala
vieni quando vuoi, vieni quando posso, vieni quando serve.
Io ti riconoscerò dal modo in cui la mia mano si fa luna.


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Nessuna parola da bandire

Se potessi bandire permanentemente una parola dall’uso generale, quale sarebbe? Perché?

L’amore per se stessi nutre sempre la terra che ci accoglie:

semi di esperienze a più strati che tornano nelle viscere del suolo,

dove tutto ricomincia.

Ogni dubbio, ogni tristezza, ogni obiettivo mancato

si scioglie nel cuore, lasciando soltanto il ricordo prezioso

di averci provato.

Perché se non provi, vivi a metà.

E a metà non si gode, non si cresce, non si evolve.

Le esperienze che ti trasformano sono quelle che scegli per te stesso,

quelle che ti attraversano e ti rivelano.

Il cuore è sostenuto da una cornice: la vita.

Solo accogliendola puoi riconoscerne il valore,

anche nei momenti in cui non ti senti più vero

e fai fatica a esserci per te stesso.

Il cuore danza quando ti vede gioire delle tue evoluzioni,

quando riconosce che non stai ripetendo,

ma stai attraversando.

Attraversi parti antiche di te

e le trasformi in una nuova sagoma,

colorata dei toni vivi della tua esistenza.

Paolo Maria

 facilitatore invisibile: quando il setting diventa un grembo

Il setting è lo scrigno che custodisce la qualità del lavoro creativo che l’utente va a svolgere. È compito del facilitatore far sì che tutto rimanga neutro, accogliente e privo di giudizio.

Mi capita spesso, per aggiornamento professionale, di partecipare come utente ai laboratori di altri colleghi. Da queste esperienze non traggo solo ispirazione per far fluire la mia creatività, ma anche preziosi spunti su ciò che funziona e ciò che, invece, non va riproposto.

Facilitare con rispetto

Di recente ho partecipato a diversi laboratori creativi come utente e in ognuno ho trovato qualità, certo, ma anche elementi che mi hanno fatto riflettere profondamente. Nel video ne descrivo alcuni: non sono gli unici, ma sono quelli che hanno risuonato di più rispetto a ciò che, secondo me, è importante evitare.

Per me è fondamentale la presenza di un facilitatore neutro, capace di scivolare dentro il setting con discrezione, quasi in trasparenza. Ultimamente, però, mi è capitato l’esatto opposto: facilitatori troppo presenti, giudicanti, con sguardi e posture che interferivano con l’inconscio e con il processo creativo dei partecipanti.

Il facilitatore è lì per guidarti e accompagnarti, affinché tu possa sentirti libero, accolto, abbracciato nel tuo processo.

Il suo ruolo è centrale, persino più del setting stesso. Esistono setting neutri e setting ricchi, a volte persino confusionali; sedute comode e altre meno; musiche piacevoli o sgradevoli. Ma il vero compito del facilitatore è trasformare tutto questo in un grembo capace di contenere le tue sensazioni.

Quando il facilitatore cade in piccoli giudizi, o arretra rispetto al materiale che lui stesso propone — ad esempio: “ti do questo, ma poi me lo riprendo” — si crea una frattura. Il facilitatore è il primo che deve essere onesto con sé stesso e con gli altri.

Le esperienze si ripetono, ma non sei più lo stesso.

Se ci fosse una biografia su di te, quale sarebbe il titolo?

Nel loro tornare, ciò che un tempo chiamavi errore

oggi diventa una nuova angolazione.

Il ripetersi non è condanna:

è la possibilità di guardare con più lucidità,

di attraversare ciò che accade senza esserne travolto.

Lascia che le esperienze ti attraversino.

Ti scolpiscono come pietra,

ti sfumano come un colore,

ti modellano come la creta.

A volte si piegano, come un mestolo sul fuoco.

Non per volontà altrui,

ma perché l’incontro con l’altro

ti mostra che puoi trasformarti

e fare un passo avanti per te.

Crea la tua alchimia.

Paolo Maria