La mia mente corre. Salta da un pensiero all’altro come una scheggia impazzita, affamata di stimoli, immagini, domande senza risposta. Dentro di me è un continuo zapping mentale: pensieri che si accavallano, idee che si accendono e si spengono prima ancora di potersi realizzare. Questo è il mio multitasking interiore.
Fuori, il mondo mi chiede lo stesso. Fare tutto, e farlo in fretta. Essere presente ovunque, in ogni ruolo, in ogni responsabilità. Come se il caos dentro fosse solo un riflesso amplificato del rumore là fuori.
Ma cosa succede quando questi due mondi si toccano? Quando il dentro e il fuori iniziano a parlarsi, a confrontarsi? Quando l’arteterapia diventa il punto d’incontro tra i due?
Dal mio mondo ADHD e dalla condizione genetica Klinefelter, ho imparato a riconoscere i miei limiti non come ostacoli, ma come soglie. Soglie che, una volta attraversate, aprono a nuove possibilità di pace con me stesso.
Mettere ordine fuori – tra oggetti, spazi, gesti – è il mio modo di chiarire dentro. È un atto semplice, ma potente: mi aiuta a fluire con più leggerezza anche nel mio mondo frenetico, dove il pensiero corre e il cuore cerca quiete.
Ogni gesto di cura esterna diventa allora un invito a respirare, a rallentare, a riconoscere ciò che conta davvero. Un piccolo rituale di chiarezza. Un modo per migliorare: non per diventare perfetto, ma per stare meglio, con gentilezza.
Essere un bambino nel cuore significa abitare il mondo con una coscienza che nasce dal gesto, non dalla parola. È accogliere l’esperienza prima che diventi pensiero, lasciando che il fare — disegnare, modellare, dipingere — parli al posto nostro. Il bambino nel cuore crea simboli: forme che raccontano emozioni, paure, desideri, senza bisogno di spiegazioni. Lui sa cosa sta disegnando, anche quando gli altri non lo comprendono.
Il bambino è profondamente spirituale, aperto all’intuizione. Percepisce, sente, coglie, ma non sempre sa nominare ciò che lo muove. È giovane, inesperto, e proprio per questo autentico: la sua coscienza è in costruzione, nutrita da gesti che precedono il pensiero.
In arteterapia, questa modalità espressiva è sacra. Il gesto creativo diventa linguaggio pre-razionale, un ponte tra l’invisibile e il visibile. Le immagini prodotte non sono semplici disegni: sono specchi simbolici, riflessi di un sé in formazione. Essere un bambino nel cuore significa esplorare questi riflessi con autenticità, senza giudizio, con la curiosità di chi non ha ancora imparato a temere.
Il bambino nel cuore non cammina da solo. Ha bisogno di uno sguardo che lo contenga, di un testimone che accolga le sue creazioni con cura. L’arteterapeuta diventa quel contenitore emotivo, uno spazio sicuro dove la coscienza può germogliare, sostenuta da fiducia e presenza.
Arteterapia nelle scuole dell’infanzia
In uno dei miei laboratori, la verticalità diventa strumento di esplorazione: il bambino si muove nello spazio, lo abita, lo definisce. Cammina, si alza, si orienta. Incontra gli altri, li sfiora, li evita, li cerca. Così costruisce i propri confini, ma li lascia permeabili. La verticalità non è solo postura: è relazione, direzione, possibilità. Il bambino si muove in molte direzioni, ma sempre in connessione con sé stesso. Non è egocentrico: è autentico, libero da preconcetti.
E poi, lentamente, il gesto si fa racconto. Il bambino comincia a narrarsi attraverso le proprie immagini, a dare forma a un’identità che non è rigida, ma in divenire. Essere un bambino nel cuore è questo: restare aperti alla trasformazione, abitare il processo, lasciare che la coscienza si costruisca attraverso il gioco, il simbolo, la relazione.
Il bambino del cuore è anche un adulto: uno che sa ascoltare i propri desideri, che non ha smesso di cercare, che ha imparato a vivere con meraviglia.
Il mio nutrimento principale è creare. Creo su diari, taccuini, fogli sparsi… oppure attraverso installazioni temporanee, come nella land art, dove il tempo stesso diventa co-autore: trasforma, dissolve, porta via ciò che è stato.
È un nutrimento simile a quello dei mandala buddisti, tracciati con polveri leggere e destinati a svanire con un soffio di vento. Un gesto effimero, ma profondamente significativo.
Anche il cibo, in fondo, ha questa natura: scegli ciò che ti piace, lo assimili, lo trasformi, e poi lasci andare ciò che non serve più. Così è la mia creazione: un atto che nutre, si consuma, e lascia spazio al nuovo.
in questo periodo, un po’ lunare e un po’ per riflessione personale, ho sentito il bisogno di lasciar andare. Non è una resa, ma un gesto gentile: ho buttato la spugna, sì, ma una spugna morbida, porosa, che assorbe e trattiene. Non per arrendermi — non ne ho alcuna intenzione — ma per frenare l’impulso, per ritirarmi dal frastuono e ritrovare il silenzio fertile della mia immaginazione.
Non voglio fermarmi davanti agli sguardi degli altri. Voglio fermarmi per me. Per continuare a immaginare, a creare, a progettare.
Sento il bisogno di sospendere il racconto continuo sui social — ogni pensiero, ogni riflessione, ogni frammento — ma non qui, non in questo spazio.
Qui voglio scrivere di più. Con più intensità, più immersione. Non a spot, ma come un respiro profondo.
Alla fine, una spugna viene dal mare.
Dalle sue profondità.
Come i pensieri che ci abitano: quelli veri, quelli che faticano a venire a galla.
Spesso ciò che affiora è superfluo, levigato, radical chic.
Ma sotto, nel fondo, c’è la sostanza. C’è la voce che aspetta.
Si condividono post come se non ci fosse un domani.
Sono il primo, forse anche l’ultimo.
Ma ora sento che serve una tregua.
Uno spazio vuoto tra il mondo interno e quello esterno.
Un momento per riportare quiete ai pensieri.
E così, metto in pausa tutto ciò che ho progettato in questi mesi.
Con calma. Con amore. Con gentilezza.
Senza chiedere troppo. Né a me, né a te che stai leggendo.
Una foto al mare.
Un paesaggio montano in autunno.
Le foglie che cadono.
Lasciamo andare tutto.
Anche i pensieri negativi, che — se osservati con attenzione, se rielaborati con cura — non sono poi così negativi.
Sono solo il desiderio di ossigenare nuovi pensieri.
Conservo nella memoria eventi storici, sia esterni che interni. In entrambi i casi, ci sono momenti che si imprimono con forza, quasi indelebili. Il nostro cervello tende a trattenere con particolare facilità gli eventi ad alto impatto emotivo, soprattutto quelli legati alla paura: quest’ultima si radica nella mente con una tenacia spesso maggiore rispetto alla gioia o alla felicità.
Uno degli episodi esterni che ricordo con estrema nitidezza è l’11 settembre 2001. Ricordo esattamente dove mi trovavo, con chi ero, come ero vestito. Ricordo i profumi, l’ambiente, e soprattutto l’emozione che mi attraversava in quel momento. È come se il tempo si fosse cristallizzato.
Un altro ricordo, questa volta interno, risale al 1994, durante un trasloco importante. Un viaggio in macchina da Bruxelles a Pescara. Ricordo ogni dettaglio: cosa ho mangiato, le tappe, le sensazioni lungo il tragitto. All’arrivo, mi fu comunicata una notizia dolorosa: un lutto in famiglia. Anche in questo caso, la memoria ha registrato tutto con precisione, come se il dolore avesse inciso ogni dettaglio nella mia coscienza.
La mente umana ha questa capacità: memorizza con facilità ciò che ci tocca profondamente, che sia vissuto in prima persona o indirettamente, soprattutto se accompagnato da angoscia, paura o tristezza.
L’arteterapia e il tempo presente
L’arteterapia non si occupa di elaborare traumi in senso clinico, ma lavora nel qui e ora. Si concentra su ciò che emerge nel presente: emozioni, pensieri, eventi recenti. Anche gli aspetti meno piacevoli trovano spazio, ma sempre a partire da ciò che è vivo oggi.
Non si va a scavare nel passato in modo diretto o analitico. Tuttavia, attraverso il segno grafico, la forma, il gesto creativo, possono affiorare memorie, immagini, sensazioni che raccontano chi siamo oggi. E in quel racconto, a volte, si riflette anche ciò che è stato.
Qual è il rischio più grande che avresti corso, ma non sei stato in grado di farlo?
Ci sono momenti in cui ti smarrisci, in cui ciò che un tempo ti dava certezze ora ti appare estraneo. Ma non è una fine: è un inizio. È il segnale che la tua anima si sta espandendo, che la vita ti invita a lasciare andare ciò che non risuona più con la tua verità.
Questo non è caos: è un richiamo. Un invito a fidarti del flusso, ad abbracciare la metamorfosi, a ricordare chi sei davvero sotto ogni maschera.
Ascolta il silenzio. Accogli il disagio. Perché proprio lì, dove non ti senti più a casa, la tua anima sta preparando il terreno per il suo nuovo spazio. Uno spazio più autentico, più libero, più tuo.
Nel mese di giugno ho visitato il giardino dei tarocchi è mi ha colpito in particolare una colonna fatta con i numeri, ed ho pensato subito al film di Peter Grenawey Giochi nell‘acqua (Drowning by Numbers) è un film del 1988.
Da quel momento mi ronzavano in mente numeri, disegnavo spesso nei miei taccuini di studio numeri come ad esempio l’8 che rappresenta l’infinito, la continuità. I taccuini colori, emozioni. Infatti ho iniziato nel mese di aprile a creare dei taccuini, ogni pagina colori e gesti diversi. Poi ho deciso di farne uno in particolare utilizzando le piume che rappresentano la leggerezza e i sassi la pesantezza, ma anche la forza, così nasce il mio slogan:
Leggero come una piuma, forte come una roccia.
Ho iniziato a utilizzare nuovi colori, nuovi gesti, nuove sfumature. Quindi il taccuino serve a schiarirsi le idee, e sperimentare. A forza di disegnare, formavo un 8, a volte uno zero, altre volte il 9… poi una mattina ho iniziato a pensare ai numeri come filosofia. Infatti spesso faccio caso all’ora, un numero di telefono come il mio ad esempio, numeri molto particolari uno richiama l’altro: 136 inizia così, è un numero telefonico che mi piace molto che mi accompagna da almeno 15 anni.
Mi sono sempre incuriosito ai numeri e così ho deciso di creare un mega taccuino 30×40, ispirandomi principalmente alla Numerologia, si perché ogni numero ha un proprio significato. I singoli numeri hanno un significato e poi accoppiandoli rafforzano la loro espressione in qualcosa di magico. Il mega taccuino l’ho chiamo Play with numbers (giocare con i numeri) ne ho disegnati meno di 10 ad oggi, ma il mio obiettivo e farne 100, da zero a 100. Sarà un lavoro senza tempo, senza fretta. Quando ho intenzione di portare avanti il lavoro, mi guardo il foglio e scelgo il numero non per sequenza numerica, ma per istinto, emozione, empatia con me stesso. La mano scivola sul foglio generando il numero, solo dopo aver completato l’opera guardo il significato.
Ogni volta che ho disegnato un numero mi sono stupito del significato, che rappresenta esattamente l’emozione del momento.
Fare una sintesi su un numero è un impresa molto elaborata, bisogna capire, in che situazione la cifra appare, e lo stato d’animo dell’individuo. L’esoterismo è lo studio interiore della persona, infatti Esoterismo vuol dire occulto, nascosto.
Vi accenno in sintesi il numero 0 e 100 di come l’ho interpretato per me, sono i due numeri che aprono e chiudono il mio Taccuino, ripeto libro personale di studio, colore, tecnica e scienza numerica: Play with numbers.
zero: Vedere il numero zero ovunque ti da speranza e fede di non essere solo gli angeli ti stanno trasmettendo un messaggio che il regno spirituale è sempre al tuo fianco anche quando ti sbagli. Vivendo sulla terra ti sentirai solo molte volte nel tuo stato fisico ma l’influenza di Dio nella tua vita ti renderà integro e sicuro.
100: Se ascolti il messaggio che i due angeli ti stanno inviando svilupperai il tuo sesto senso e sarà in grado di percepire molte cose nella tua vita il 100 ti ricorda di agire e di seguire i tuoi buoni sentimenti dovresti ascoltare la tua intuizione eliminare tutti i pensieri negativi della tua testa non dovresti lasciare che le tue emozioni o pensieri negativi ti facciano rinunciare i tuoi obiettivi dovresti percorrere il tuo cammino spirituale senza paure.
Come vedete sono esempi molto sintetici, invece è importante sapere che ad ognuno di noi il significato è completamente diverso e molto più ampio.